• Alessandro Bresolin

Un racconto dalla residenza di Alessandro Bresolin a Valbrenta: "La promessa"

In occasione della pubblicazione del libro "Respiri dalla Valle", edito da Attilio Fraccaro Editore, nato dalla sua residenza di luglio 2020 nel Comune di Valbrenta, lo scrittore Alessandro Bresolin condivide un estratto dal libro: il racconto "La promessa".



[Valstagna – Postarnia]

La promessa


Era una mattina di metà giugno, Anna e Sergio facevano colazione con caffelatte e biscotti ascoltando il giornale radio. Il lungo confinamento a causa del Covid era finito da pochi giorni, si poteva di nuovo circolare quasi liberamente, con obbligo di mascherina solo negli spazi chiusi. Sergio interpretò il sole abbagliante che entrava dall'ampia finestra come un segno, si alzò e si affacciò al balcone per osservare meglio il lungofiume.

- Amore, ho deciso. Stamattina vado a Postarnia, mi aspettano, devo mantenere la promessa, è il momento giusto.

- Vengo con te, non voglio che vai da solo, non hai più l'età per camminare senza compagnia. E se ti succede qualcosa?

- Suvvia, non ti preoccupare! Però certo mi fa piacere se vieni, è più bello attraversare insieme a te la Via del Lilium carniolicum, e poi siamo stati bloccati per mesi... dai, sgranchire le gambe farà bene a tutti e due.

Sergio andò a prepararsi e Anna sistemò la cucina pensando che, dopo una vita passata insieme, era ancora innamorata di lui, di quel maestro in pensione così appassionato dei fiori da studiarli in modo metodico, fino a inventarsi una toponomastica floreale speciale per ogni sentiero. A quanti amici e studenti aveva fatto conoscere quei luoghi? Impossibile tenerne conto. Ma ora chi conosceva più i nomi scientifici dei fiori, le loro caratteristiche e proprietà, i loro odori, la loro bellezza? Sergio fece capolino sullo stipite della porta con lo zaino in spalla:

- Sei pronta?

- Certo. Pensi che troveremo l'iperico? Sono rimasta senza...

- L'Ipericum perforatum, l'erba di San Giovanni! E' possibile, ho portato dei sacchetti apposta nel caso ne trovassimo.

Ogni anno in quel periodo di giugno Anna lo raccoglieva: una parte dei fiori la seccava per farne tisane, un'altra la metteva a macerare per ricavarne un olio che usava per impacchi contro i dolori o per togliere le macchie sulla pelle.

- Andiamo!

In strada, furono accolti dal gorgheggio delle acque verde smeraldo della Brenta che scorrevano rapide sul fondo pietroso. Ogni volta, anche se era nata e cresciuta lì, Anna provava lo stesso effetto: le sembrava di essere in una calle veneziana, con le case che si affacciano sul canale.

Anna e Sergio indossarono la mascherina prima di entrare in panificio per comprare la merenda. La gente aveva una gran voglia di tornare a vivere e qualcuno, vedendoli armati di racchette da montagna, esclamò:

- Finalmente si può riprendere a camminare!

- Dove andate? – chiese il panettiere.

- A Postarnia.

- Non ci sono mai stato...

- E' un piccolo borgo abbandonato, ed è bene andarci presto.

- Perché, è lontano?

- No, non per la lontananza, ma, nomen omen, Postarnia deriva da “montanea posterniva”, cioè che sta “al posterno”, ovvero “montagna dove il sole batte poco”. Perciò è meglio approfittare di questa mattinata di sole.

Fioccarono domande di ogni tipo. Le dotte spiegazioni di Sergio appassionavano tanto i suoi paesani: negli anni, ognuno di loro era stato suo allievo, o se non loro i loro cugini, figli e nipoti. Infine, uscendo dal panificio, Anna e Sergio si tolsero la mascherina, superarono il Ponte di Rialto e voltarono le spalle al fiume cominciando a salire l'erta montagna su cui era costruito il paese.

Presero una mulattiera che si inerpicava nel bosco. Dopo un tratto di cammino, ai margini del sentiero, si ritrovarono davanti a due larghi blocchi di cemento sormontati da tubi metallici, dai quali saliva una grossa fune metallica. Sergio indicò con la racchetta il cavo che seguiva a perpendicolo il pendio scosceso della montagna:

- Se non ci fosse questa teleferica, Postarnia sarebbe del tutto isolata!

- La usano ancora?

- Sì, qualcuno ogni tanto, c'è una casa che è stata rimessa a posto, una sola, e senza questa teleferica nessuno riuscirebbe a portare su i materiali...

Anna si chinò vicino a un cespuglio ed esclamò:

- Che bel fiore!

- Insomma, bello... Non bellissimo, dai, non mi ha mai ispirato una foto. E' un Veratrum album, album perché la radice è bianca. Ma attenzione, la pianta è velenosa mortale! Spesso viene confusa con la genziana maggiore, con cui si fa la grappa, perciò più di uno ci ha lasciato le penne scambiando la genziana con il veratrum.

Sergio le indicò un giglio arancione selvatico ed esclamò:

- Piuttosto guarda questo! Eh sì, qui siamo alla prima stazione della Via del Lilium carniolicum.

Anna non era esperta di fiori come lui e neanche una grande camminatrice, ma amava ascoltarlo, e sapeva quanto era importante per lui andare in montagna, soprattutto dopo i due interventi alle anche che gli rallentavano il passo.

- E' bellissimo! Molto elegante... ma perché la trovi così speciale, questa Via del Lilium carniolicum ?

- Il Giglio della Carnia non è un fiorellino qualsiasi che vedi spuntare così dalla terra, il fusto del fiore può diventare alto anche un metro e mezzo, eh! E' diverso dal giglio di San Giovanni, arancione, e anche dal Martagone, che ha una forma completamente diversa ed è viola. Il carniolicum unisce la forma del Martagone con il colore del bulbiferum, quindi è un incrocio molto raro e questo è il primo posto che io conosco dove è presente, ma dobbiamo andare più su per trovarne a grandi macchie.

La tortuosità del sentiero cominciava a far scricchiolare le ginocchia di Anna, mentre Sergio aveva il fiato corto e ansimando le disse:

- Mamma mia che giù di forma che sono!

Si sedettero all'ombra, su una radice lunga e liscia che spuntava dalla terra.

- Da seduta apprezzo ancora di più i fiori... qui ne è pieno – disse allungando un braccio verso una rigogliosa orchidea.

- Le orchidee selvatiche sono stupende... l'orchis militaris, l'orchis morio, l'ophrys holosericea, che vuol dire “tutta seta”, l'anacamptis pyramidalis, che sembra una piramide rossa. Non sono grandissime, ma se fai una foto con la macrofotografia vedi quanto belle sono. Certi fiori andrebbero contemplati con la lente d'ingrandimento per apprezzare le loro architetture.

- E questo?

- Campanula rapunculus, commestibile, radice tuberacea...

- Sergio, guarda, questo lo riconosco: è un geranio.

- Sì, è un Geranium sanguineum, color rosso sangue... e lì, vedi, non poteva mancare una macchia di Geranium robertianum o erba cimicina, detta così perché attira le cimici. Questa con tonalità di lilla e di rosa invece è una Knautia arvensis, che vuol dire “dei campi”. Quello bianco è un garofano, il Dianthus monspessulanus, con tutte le sue eleganti sfrangiature... e senti che profumo!Ecco, qui invece si fa bello di sé un Narcissus poeticus...

- Da quanto non vieni con i tuoi VIP VIP?

- Eh, ognuno ha i suoi acciacchi! I VIP VIP, i “Vecchietti In Pensione Viventi In Positivo”. Per un periodo, ogni mercoledì, facevamo sentieri come questi. Pensa che Gino, che è il più in forma di tutti, lamentandosi della nostra lentezza, restava seduto al bar e ci lasciava salire per un pezzo dicendoci “andate andate che tanto dopo ve ciàpo!”. E regolarmente quando sfiniti eravamo vicino alla meta, arrivava lui e ci superava quasi correndo...

- Ha sempre avuto un temperamento scalpitante, e la vecchiaia non l'ha cambiato.

- Dipende dal carattere, anche Catone il Censore era un vecchietto vivacissimo. Ma riprendiamo il cammino, siamo quasi arrivati, manca l'ultima erta.

Anna raccolse le forze e riuscì ad affrontare l'ultima tratto, il più duro del percorso. Usciti dal bosco, di nuovo abbagliata dalla luce del sole, alzò lo sguardo e vide il muro diroccato di una casa che si stagliava sul blu di quel cielo terso.


I primi terrazzamenti, in gran parte franati o ricoperti dalla vegetazione, e poi i gradoni che

conducevano a un tratto pianeggiante, dove un manto verde e giallo fece sussultare Anna:

- Questo lo riconosco, è l'Ipericum perforatum! Guarda quanto...

Sergio sorrise come per dire che la cosa non lo sorprendeva, tirò fuori dallo zaino una borsa della spesa e si chinò sull'erba.

- Abbastanza per una bella scorta.

Nel mezzo di quella distesa gialla raccolsero mazzi di fiori fino a riempire la borsa. Qua e là dei fiori bianchi si diramavano arrampicandosi alla vegetazione.

- Guarda questo Convolvolus repens, è un fiore umile ma bello. Convolvolus vuol dire “che si

avvolve”, “che si avviluppa alle altre piante”, repens perché “repei” in greco vuol dire “strisciare come una serpe”. Rispetto all'iperico è insignificante, ma più bello.

Finirono di riempire le borse a ridosso del muro di un terrazzamento. Tra le pietre quasi ricoperte di muschio spuntavano piccole felci, ma anche dei piccoli fusti grassi con una miriade di fiorellini bianchi:

- Guarda, nelle fessure della masiera si è infiltrata la Valeriana officinalis, ne vuoi?

- Sì, prendiamone un po'.

Raccogliendo fiori e stelo di valeriana tra i sassi, Anna sentiva svanire i dolori:

- Sai Sergio, questi terrazzamenti così abbandonati mi sono sempre sembrati la memoria di una civiltà scomparsa.

- Oh sì, è tutta una cultura millenaria, questa. Sai che masiera, il termine dialettale che indica i muretti a secco, è un termine che deriva da Omero? Non ricordo in quale canto dell'Odissea, c'è Ulisse che arriva a Itaca e gli dicono “tuo padre Laerte sta lavorando sui campi”. Lui ci va e lo trova che sta “aimazein”, cioè “facendo un muro a secco”. La parola viene da lì, è un muro a secco, quindi “aimaz”, “maz”, “mas”, “masiera”.

- Perciò Laerte stava facendo una masiera.

- Sì, e parliamo di un greco antichissimo, omerico, ancora pre-ionico, e questo ti fa capire quanto queste costruzioni siano di uso ancestrale, nell'area mediterranea.

Salirono la rampa di una masiera e giunsero al borgo diroccato. Un pannello di legno indicava “Postarnia, 448 mt.”.

Sergio si guardò intorno e sospirò:

- E pensare che qui una volta ci abitava un centinaio di persone. Gente semplice, abituata alla vita dura, che nelle masiere coltivava soprattutto tabacco, che rendeva di più, e poi quanto doveva bastare alla sussistenza.

- Certo che le case una volta le sapevano fare...

- Erano costruite sasso per sasso con amore, un lavoro immane con lo scopo di vivere bene in stretta armonia con l'ambiente e la natura.

Sergio la guidò tra i ruderi di quelle case che per generazioni erano state protagoniste di una vita intensa. Si sedettero su una panchina sotto a un grande gelso, di fronte a una casa. Anna prese un sacchettino di carta dallo zaino e mangiarono delle albicocche.

- Questa è ben messa, fino a un paio di anni fa il vecchio Giofre veniva a dare una sistemata ogni tanto. Lì invece vivevano le due vecchiette.

- Quelle che ti hanno fatto scattare la devozione per la madonnina?

- Sì, era quando facevo l'accolito. La loro devozione così pura mi ha contagiato, e più di qualche volta, sia da lontano che venendo fino a qua ho chiesto un aiuto, qualche grazia per i miei cari o la soluzione di un problema, e a volte ho anche avuto l'impressione di essere stato ascoltato. Ma andiamo, è il momento di mantenere la promessa.

Raggiunsero l'ultimo edificio della contrada, un capitello a lato della mulattiera che continuava a salire verso la parte alta del bosco. Era un semplice rettangolo costruito con i sassi, alto due metri, con un piccolo tetto a punta. Sergio tirò la tendina sull'esterno della nicchia e scoprì un cancelletto arrugginito.

Custodiva un'edicola con una Madonna di gesso, che con il braccio sinistro cullava il bambin Gesù, mentre con la mano destra reggeva una sfera sormontata da una croce.

- E' bruttina a dire il vero... – lo provocò Anna.

- A me piace proprio per questo. Non è mai stata bella, è una rozza madonnina, semplice pietà popolare senza pretesa di essere arte. Sergio aprì il cancelletto con il volto pieno di soddisfazione e tirò fuori dallo zaino due ceri.

- Quando ero accolito, quello che, con il permesso della Curia distribuisce la comunione in casa, la portavo alle persone isolate, come lo erano gli ultimi abitanti di Postarnia.

Anna socchiuse gli occhi e lo rivide, con lo stesso sorriso, ma più giovane.

Per molti anni ogni domenica mattina si era svegliato alle sei per cominciare il suo giro, partendo dalla Casa di Riposo del paese, per poi toccare le diverse frazioni isolate, dove rendeva visita ad una serie di persone anziane o malate.

- Qui loro preparavano un piccolo altarino, con i fiori, qui leggevo un passo del Vangelo e facevo delle riflessioni sul testo. Distribuivo l'eucarestia, recitavamo un'Ave Maria, e poi quando avevamo finito si restava un po' insieme, mi offrivano il caffè o il cappuccino con i biscotti... Avevamo instaurato un rapporto molto bello.

- Perché ti piaceva fare l'accolito?

- Ti fa sentire molto unito alle persone. Due di queste signore, Paola e Milena, molto generose e aperte agli altri, avevano una devozione particolare per questa madonnina. Portavo l'eucarestia a loro e alla loro mamma, la classica vecchina mingherlina, sempre con lo scialle e con una pace dell'anima... così contenta della sua vecchiaia, che è vissuta un centinaio di anni.

- Quindi eri diventato il tramite, colui che le legava a questo antico luogo del loro culto.

- Esattamente. Anni dopo, quando sono andate in Casa di Riposo, mi hanno chiesto di continuare a venire qui a portare i ceri, la luce. E allora io ho cominciato, ogni mese o ogni quindici giorni, a tenere viva questa devozione. Quando andavo a trovarle, rinnovavamo questo legame profondo tra noi. Avevano la foto del capitello sul comodino, e il più bel regalo che potessi fargli era di far sapere che la madonnina, custode di quello che era stato il loro mondo e la loro vita, non fosse sola.

- Tenere in vita un luogo e il suo spirito, c'è forse qualcosa di più giusto da fare?

- La loro era una fede umile, ma sentita fin nel profondo. Erano convinte che questa madonnina le avrebbe sempre protette, ed è stato così, perché anche in Casa di Riposo sono riuscite ad andarci come sorelle, con una stanza loro, che era diventata una piccola casa. Vittoria se n'è andata a novantacinque anni, e, tre mesi fa anche Pierina, a centouno!

- Due sorelle che non si sono mai separate, è quasi un miracolo!

- Il miracolo più grande è riuscire a creare legami profondi tra le persone. Legami che vanno al di là della morte. E' una comunione delle anime, che ho ancora con loro e con altre persone con cui sento di essere ancora in contatto anche al di là della morte.

- Hai voglia di pregare?

- Non adesso, ho sempre pregato da solo, mai con qualcuno. E' una questione di intensità, posso farlo ovunque, anche camminando. Certi luoghi sono templi, luoghi dell'anima, che ispirano in modo naturale la preghiera. Per me la natura è un tempio. Anche vedendo un fiorellino mi viene da ringraziare il Creato.

- Qual è l'insegnamento più grande che ti hanno lasciato queste signore?

- La carità intesa come amore universale, che unisce creature e creato al Creatore, e che si manifesta in tanti piccoli gesti. Diventi amico fin nel profondo se condividi un momento spirituale, che poi fatalmente estendi agli altri, a ogni cosa, al tutto di cui facciamo parte.

Sergio osservò i lumini accesi, richiuse il cancelletto di ferro battuto arrugginito e tirò la tendina.

- Possiamo andare, la promessa è mantenuta.